Giovanni Sato

Al di qua della pietra

15,00 

Il vasto e coerente “poema ininterrotto” che Giovanni Sato va scrivendo da molti anni, attraverso le sue numerose raccolte, si arricchisce di un nuovo capitolo. Ne è protagonista la pietra, trasfigurata in idea e simbolo di quanto nell’esperienza umana d’ogni giorno costituisce un peso e un impaccio, un gravame e un ostacolo al cammino e allo sguardo, un muro che separa e divide: eppure il discorso non è scontato né mai banale, poiché la medesima pietra – paradigma evidente della materia che ci vincola – è anche qualcosa su cui si può edificare e fondare, può farsi inciampo memoriale e testimoniale, mutarsi da roccia aguzza in sasso levigato e sabbia che fluisce, rivelarsi gemma o preziosissimo diamante. Quella di Sato è una parola ora enigmatica ora allusiva, di alto splendore evocativo e metafisico, in grado di confrontarsi con il cielo non meno che con la terra facendosi cerniera tra l’uno e l’altra, caricandosi di una densità concettuale (che sfiora, talvolta, persino il surrealismo) intercalata tra pienezza del tutto e mistero del nulla, tra radicamento e trascendenza, in un afflato spirituale estraneo a qualsiasi dogmatismo. Vi si respira un senso d’infinito che è vertigine e incanto tra quanto permane e quel che fugge, tra fissità e movimento, tra perennità e futuro. Il discorso si confronta con il costante divenire, con la mutevolezza nella quale l’ombra può trasformarsi “in improvvisa rosa” grazie all’amore “che guada e svela”, fondendo “le mani una nell’altra” e volgendo l’io individuale in un “noi” collettivo. Gli elementi della natura, con la ciclicità del “verde che mai finisce”, incoraggiano il pensiero e l’intuito a spingersi oltre la fatalità, in un continuo andirivieni tra “le incertezze / meravigliose dell’essere qui / ed ora” e il presagio di un orizzonte che sia, per l’appunto, “al di là della pietra”. La quale, così, si rivela non soltanto nemica ma anche amica, poiché la sua essenza è una sfida che ci invita a proiettarci, anche in nome e in forza della poesia, oltre i limiti e l’inganno di ciò che appare: “Non lasciare / che la pietra copra le bellezze / o che il sasso sia messo / sopra cose non fatte. // Non lasciare / che sia la pietra a parlare (…) / Ma gettati / sulle bellezze con tutto il cuore / e che sia prima di ogni altra / cosa l’onda dell’emozione / a guidare il tempo delle cose”. Al culmine dell’umano, anche la pietra fiorisce.

AutoreGiovanni Sato
Casa EditriceValentina Editrice
Numero di Pagine116

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